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La bête du Gévaudan

di Andrea Gazzotti


A questo punto il Re, messo in continuo imbarazzo da questa storia che si riteneva conclusa, ordina la censura a tutte le autorità della Languedoc, delle regioni vicine e ai curati delle parrocchie (da sempre veri gestori dell’anagrafe non solo in Francia). L’elencazione dei morti a causa di questo mostro deve cessare, ma alcuni lasciarono ai posteri qualche traccia.
L’orrore durerà fino al 19 giugno 1767 con un tragico bilancio a quella data di 131 morti a fronte di 270 aggressioni. Non si hanno ovviamente certezze sui numeri reali a causa della censura e alcuni stimano intorno a 500 le aggressioni, con un conseguente maggior numero di morti e feriti.
Da sottolineare che nessun uomo adulto fu ucciso, solo donne e ragazzini, ragion per cui alcuni cacciatori si travestivano da donna per attirarla.
La censura non può però cancellare la paura. La popolazione terrorizzata partecipa in massa alle funzioni religiose invocando tutti i santi per esorcizzare il problema, così avvenne il 14 giugno 1767 a Notre Dame de Beaulieu, dove le Messe si dovettero celebrare nei campi per l’enorme quantità di fedeli presenti.

Come accennato prima, molti nobili locali partecipavano autonomamente alla caccia, ad esempio il marchese d’Apcher, a cui la popolazione fu talmente grata da salvargli la vita durante la Rivoluzione. Vediamo perché.
18 giugno 1767: giorno in cui viene riportata l’ultima vittima della bête. Il marchese ne viene informato alle 11 di sera, si tratta di un bambino di circa nove anni del villaggio di Desges. Immediatamente raduna i suoi fidati cacciatori e, seguendo istinto e altre informazioni, si dirige verso le foreste dei monti della Margeride. Nel frattempo vengono allertati tutti gli abitanti del luogo e all’alba del 19, dopo aver fatto appostare i tiratori e mandato alcune centinaia di battitori coi cani, inizia l’accerchiamento.

A questo punto entra in scena un personaggio, che faceva parte degli uomini scelti dal marchese d’Apcher e che contribuirà nel tempo ad alimentare la leggenda: Jean Chastel (eroe o…..?). Facciamo un passo indietro perché, fra le tante ipotesi sull’origine della bestia, vi era quella che dietro ci fosse la mano dell’uomo.
Agosto 1765: alcune fonti riportano che due guardiacaccia di Antoine, durante la ricerca della bestia in una zona poco conosciuta, incontrano un certo Chastel e i due figli, ai quali chiedono se corrano il rischio di cadere in pericolose paludi. Vengono rassicurati ma poco dopo cadono proprio in una di queste rischiando la vita sotto le risate dei tre. Usciti a stento dal pantano ne nasce una rissa, uno dei figli punta addirittura il fucile contro i guardiacaccia, ma viene disarmato. I tre vengono portati da Antoine, che li fa rinchiudere in prigione per un paio di settimane.
Perché un simile comportamento ? Il passato di questa famiglia non sembra molto limpido e già da anni la gente del luogo sospettava che addestrassero lupi e commettessero omicidi per puro sadismo o giustizia privata. Erano al servizio di Jean-François-Charles de Molette, Conte di Morangiès, che non godeva di una buona reputazione.
Era comune per chiunque abitasse in zone a rischio allevare grossi cani da difesa che però, diventati randagi, potevano accoppiarsi con gli stessi lupi generando ibridi. Ma questo accoppiamento poteva anche essere opera dell’uomo, come avvenuto per alcune razze di cani lupo attuali. Possibile che avessero allevato, con la complicità del Conte, dei mostruosi ibridi di cui avevano perso il controllo e che poi si erano riprodotti?

I sospetti su di loro ovviamente aumentarono, ma stranamente non risultano indagini approfondite o, se anche ci furono, non hanno lasciato traccia (erano protetti?). Stiamo però parlando di 250 anni fa. Inoltre, con la Rivoluzione, una quantità enorme di documenti (e non solo) si è persa.
Ma torniamo al 1767. Jean Chastel si apposta e comincia l’attesa della bestia. Era lo stesso del 1765 che cercava di redimere sé stesso e i propri figli? Questo Chastel è indicato come un oste dalla vita avventurosa e sospettato di bracconaggio. La varietà di nomi e cognomi, trattandosi di un mondo abbastanza piccolo, non era così ampia come oggi. Spesso i figli portavano lo stesso nome dei genitori con l’aggiunta di un secondo nome che forse non era sempre riportato. Poteva anche essere il Jean di una famiglia omonima.
Verso le 10,30 un brivido deve sicuramente avergli attraversato la schiena, un mostro stava entrando nel suo campo di tiro. Recitò una preghiera e uno dei proiettili che aveva fabbricato fondendo medaglie della Vergine pose fine alla tragedia. Bestia, tu non mangerai più furono le parole che pronunciò.

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