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La bête du Gévaudan

di Andrea Gazzotti


Anche i nobili locali si uniscono alle battute con le loro mute di cani, dato che i contadini cominciano a rifiutarsi di andare al lavoro nei pascoli.
In ottobre centinaia di persone con decine di cani partecipano a una battuta dove la bestia viene avvistata, ma azzanna uno dei cacciatori riuscendo poi a sfuggire.

Finalmente, il 22 dicembre, nella zona di Beauregard, Duhamel e i suoi uomini se la ritrovano di fronte a brevissima distanza. Partono i colpi di moschetto ma l’animale agilissimo, malgrado la neve, fugge nuovamente. Il capitano la descriverà così: La bête de Gévaudan non è certamente un lupo ma uno strano e sconosciuto ibrido.
Per farsi un’idea di quale forza e resistenza fisica abbia anche solo un lupo normale citiamo due esempi, sempre tratti da cronache dell’epoca: stanatone uno dalla foresta di Fontainebleau lo inseguirono con continue sostituzioni di cavalli e cani stremati dalla fatica fino a raggiungerlo dopo quattro giorni a 300 chilometri di distanza alle porte di Rennes. Durante una battuta tre grossi cani da pastore si scontrarono con una giovane lupa, due vennero messi fuori combattimento prima che fosse uccisa dai cacciatori. Pesava solo venti chili.

Il 6 gennaio 1765 la bestia entrò nel villaggio di Faverolles terrorizzando gli abitanti, poi arrivò al villaggio di Valiette dove azzannò un bambino trascinandolo per diversi metri, ma fortunatamente lo lasciò per il sopraggiungere del padre col suo cane. Direttosi poi a Saint-Juéri uccise Delphine Gervais.
Anche allora le notizie si diffondevano velocemente e già nel precedente novembre la libreria Deschamps di Parigi aveva esposto una prima raffigurazione della belva.
Il 7 febbraio si organizzò una colossale battuta con nobili cavalieri, soldati, tiratori scelti e battitori provenienti da 121 parrocchie anche delle regioni confinanti. La bestia fu individuata e colpita, ma sfuggì.
Il Re deve intervenire.
Ordina al Louvetier Monsieur Jean-Charles Marc Antoine Vaumesle d’Enneval, gentiluomo normanno, accreditato dell’abbattimento di oltre 1.200 lupi, di raggiungere quella regione e risolvere il problema. Inoltre, con un editto del 27 gennaio 1765, promette all’abbattitore un premio di 6.000 livres (lira, moneta corrente fino al 1795). Successivamente, d’accordo col vescovo di Mende (sotto l’Ancien Régime il Gévaudan dipendeva dalla quella diocesi), si porta la cifra a oltre 9.000 livres (pari al valore di una novantina di cavalli!). A quella data già 39 persone erano state uccise e altre decine ferite.

Monsieur d’Enneval giunge sul posto assieme al figlio Jean François e alcuni uomini, ma in assenza dei suoi preziosi segugi, a cui non vuole rinunciare, non dà inizio alla caccia. Raccoglie nel frattempo tutte le informazioni possibili. I sopravvissuti descrivono un animale molto più grande di un canide, con pelo rossiccio, una specie di gobba sul dorso, orecchie appuntite e pelose, grosse fauci, zampe dotate di grossi artigli e il fatto, decisamente strano, che prima dell’attacco si drizzi sulle zampe posteriori emettendo un verso simile a quello di un cavallo impazzito.
D’Enneval e i suoi uomini sono perplessi, continuano a credere ad un grosso lupo e attribuiscono le descrizioni a panico e ignoranza, ma non sanno darsi una spiegazione sulle modalità di uccisione delle vittime che, oltre a essere azzannate alla gola, vengono anche lacerate da colpi di artiglio come quelli di un felino.
Il tempo passa, i segugi non arrivano, i morti sono saliti a una sessantina e si comincia a ironizzare sul famoso cacciatore dimostratosi nel frattempo arrogante e venale.
Il Courrier d’Avignon scrive : ..la bête …doveva avere un’intelligenza pari alla straordinaria agilità dimostrata, perché doveva essere venuta a conoscenza del suo arrivo e quindi evitava accuratamente di confrontarsi con d’Enneval.

22 febbraio: la bête azzanna due bambini del villaggio di Montel, ma il loro cane pastore interviene, balza sull’avversario afferrandolo al collo salvando i ragazzi, poi inaspettatamente si ritrae. A detta dei testimoni la belva lo fissa con uno sguardo quasi di disprezzo poi si allontana. Forse il cane, sentito in quel momento l’odore del sangue umano, ne resta spiazzato? Paura? O gli bastava aver salvato i suoi padroncini? Non lo sapremo mai, ma resta pur sempre un gesto di coraggio che non mancò di fare sentire più protetti gli abitanti di quella casa.
Villaggio di Vessière 13 marzo: Jeanne Chastang coi tre figli viene attaccata davanti casa.
La belva si lancia sulla bambina di 9 anni, la madre riesce con la forza della disperazione a liberarla, ma questa si butta sull’altro figlio di sei anni. Jeanne allora afferra una pietra e colpisce l’animale ripetutamente. Interviene il figlio maggiore con l’immancabile cane da guardia che viene comunque buttato a gambe all’aria; a quel punto la belva si allontana. Nessun altro cane poteva tenergli testa. Purtroppo il bambino morirà pochi giorni dopo.

Finalmente a fine marzo 1765 arrivano i segugi e immediatamente, appena avuta comunicazione di un avvistamento, parte la caccia. I cani, tuttavia, incredibilmente… non sanno da che parte andare, non percepiscono nulla (o non vogliono per paura?) al contrario di quelli del Gévaudan ormai abituati da generazioni agli odori e ai pericoli del proprio territorio.
A loro difesa va detto però che spesso d’Enneval, per timore che si facessero male, li teneva al guinzaglio. Era più preoccupato del loro valore che non della vita dei sudditi del Re.

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