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La bête du Gévaudan

di Andrea Gazzotti



Ego vero nihil impossibile arbitror, sed utcumque fata decreverint, ita cuncta mortalibus provenire.

Io credo che nulla vi sia di impossibile, ma che qualunque cosa i fati abbiano decretato,
tutte infallantemente agli uomini possano accadere.

(Apuleio)



Blasone della Lozère



La regione del Gévaudan attualmente non esiste più in quanto, con la Rivoluzione, divenne il dipartimento della Lozère.
Situata nel sud della Francia nel cuore del Massiccio centrale, e anticamente abitata dalla popolazione gallica dei Gabali, si distingue sia per l’elevata concentrazione di monumenti megalitici menhir e dolmen (la Cham des Bondons con 154 menhir di granito è seconda solo a Carnac in Bretagna) sia per essere il dipartimento metropolitano con il minor numero di abitanti e la più bassa densità di popolazione.
Un territorio un po’ magico e molto selvaggio che ben si adatta a questa storia.
I lupi nell’antichità sono sempre stati un grave problema per l’uomo perché, se è vero che oggi si limitano al massimo ad attaccare un pollaio, un tempo a causa dell’elevatissimo numero e dell’ampio e selvaggio territorio a loro disposizione avevano sviluppato una forte aggressività anche nei confronti dell’uomo, portandoli in alcuni casi all’antropofagia. Le cronache sono piene di attacchi a pastori e contadini con quelle conseguenti enormi battute di caccia che li hanno portati sull’orlo dell’estinzione.
Questo problema era talmente sentito che lo stesso Carlo Magno, con l’editto di Villis nell’813, pose le basi della Louveterie (*), un’istituzione preposta a combattere l’endemica diffusione di questo predatore che nella catena alimentare non aveva praticamente nemici.

Aprile 1764: Francia di Luigi XV, nelle vicinanze del villaggio di Langogne una pastorella viene aggredita da una grossa belva ma si salva anche grazie ai suoi buoi che, sentendosi in pericolo, contrattaccano e la mettono in fuga. Tornata in paese racconta la sua disavventura e quando descrive l’animale un’enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli non viene creduta: i contadini pensano ad un normale lupo.

30 giugno: nella parrocchia di Saint-Étienne-de-Lugdarès, a una ventina di chilometri da Langogne, la belva attacca nuovamente sbranando la quattordicenne Jeanne Boulet del villaggio di Hubacs e nel breve volgere di luglio e agosto una ragazzina e due ragazzi sono uccisi nei pressi di Puy Laurent e Cheylard l’Eveque, mentre una quarta ragazza di Masméjean d’Allier si salva. Questa volta la descrizione una bestia orribile, metà lupo e metà tigre, con grandi artigli e lunga coda molto simile alla prima convince tutti che il pericolo arriva da un animale diverso dal classico lupo. A fine agosto altri due ragazzi sono assaliti ma solo feriti. Non altrettanto fortunata una donna che il 6 settembre viene sbranata presso Arzenac.
Le autorità locali, dopo l’analisi dei cadaveri e delle ferite inflitte, giungono a questa prima indicazione: al contrario del lupo la bestia non divora completamente la vittima, ma dopo averla dissanguata azzannandola alla gola ne fa scempio delle viscere e a volte della testa e del viso. Molte vittime (almeno una quindicina) vengono letteralmente decapitate mentre sono trascinate dalla belva. Successive testimonianze ne confermeranno il diverso comportamento, dato che disdegna pecore o altro per buttarsi invece sempre decisamente su donne e bambini.

Fra metà settembre e fine anno oltre quindici fra ragazzini e donne vengono uccisi o feriti, la belva riesce sempre a nascondersi lasciando sul terreno orme profonde e diverse da quelle del lupo.
Il panico si diffonde non solo nel Gévaudan. Secondo la prassi dell’epoca ogni aggressione (ma solo fino ad un certo punto, come vedremo) veniva registrata in triplice copia, inviata alla Gendarmeria Reale, al Sottointendente che la girava all’Intendente che, se necessario, la inviava al ministro competente e al Governatore Militare della Languedoc, all’epoca Jean Baptiste de Morin Conte de Moncan. Questi, avendo da subito compreso la gravità del problema, decide di affiancare alla gente del posto impegnata nelle battute di caccia una sessantina di dragoni comandati dal capitano Jean Boulanger Duhamel. Malgrado l’impegno profuso non si sortiscono effetti.

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