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Scende la sera

di Roberta Sibani



Lavandaie in Riva RenoLa sera scende triste e rumorosa sulla Croce Coperta, sulla strada intasata e i palazzi ammassati. La chiesetta ora non c’è più, scomparse sono la villa sua vicina e le case smarrite fra gli orti e i rusticani. Ma questo nome, Croce Coperta, mi riporta agli occhi la dolce nonna Carolina, gentile e birichina, che se le chiedevo perché abitasse così lontano, mi rispondeva piccata: “Si sa, quelli del centro pensano che noi siamo un po’ ariosi, ma siamo bolognesi anche noi, non credere...”

Quando andavo alla Crocetta a trovare la zia Ines, perché solo da lei mi lasciavo fare le punture, la sera scendeva sulle lavandaie che al canale strizzavano i panni, mentre io camminavo adagio sul sentierino d’erba della riva opposta, col terrore di cadere nella verde acqua profonda. Ora il ponte degli Stecchi, così chiamato perché fatto con dei bastoni, non c’è più e il canale di Ravone è coperto da via Sabotino. Ai miei ricordi di bambina si sovrappone anche qui una visione di auto in corsa, che sembrano lemming, quegli animaletti un po’ pazzi che ogni tanto partono in branco e vanno ad annegarsi.

La sera scende sulle strade che percorrevo per andare a scuola, accompagnata dal profumo delle paste della Premiata Pasticceria di Comparone, detto il modesto per i prezzi modici che praticava: una pasta lire sedici, ma non potevo comprarla perché non avevo la paghetta, consuetudine successiva. A volte per strada ero infastidita da un vecchio e brutto esibizionista in bicicletta, che mi faceva spiccare delle corse forsennate per sfuggirgli, però quel percorso mi piaceva: via Val d’Aposa, Tagliapietre e D’Azeglio, verso una scuola che purtroppo ora non c’è più.

La sera scende sulla rumorosa, stravagante, vivace massa di persone che gravitano attorno a via Zamboni, persone che vorrei capire ma che mi paiono diverse, caotiche e - in qualche caso - pericolose; giovani che nel nostro quotidiano di quasi anziani (permettetemi la civetteria del quasi) percepiamo come un elemento di inquietudine e di disturbo. Mi pare che dovremmo essere vigili, fermi ma accomodanti, perché molte di loro possono portarci idee, novità impensate, una vivacità ed una profondità di pensiero che sono fattori di arricchimento. Tutto è vita, pure quello che non riusciamo a comprendere. Scende l’ombra del giorno che finisce anche sul vicino Conservatorio, nella cui sala ascoltai il mio primo concerto e mi innamorai persa della grande musica, che da allora mi è diventata necessità e conforto, per sfuggire all’ordinario dipanarsi del quotidiano ed accogliere il suo emozionante invito alla gioia.

La sera scende sulle Due Torri, ricordo del passato e marchio d’identità, dove mio padre mi portava per svago e per fare lunghe chiacchierate, che gli davano l’occasione d’insegnarmi, sotto un cielo che di lassù sembrava smisurato, a far conto delle mie forze, a rispettare le persone, a guardare in alto.

Per quella bambina di un tempo lontano, il cui mondo sembrava circoscritto ai luoghi che sono il cuore della città, scende la sera con un poco di malinconia fantasiosa, intermittente e lieve come una brezza che accarezza il volto; con l’ombra tiepida di una vita ancora attiva che rimane sospesa e si attarda a riflettere ed a guardarsi intorno. Scende per me la sera, ma non per te, la mia ancor giovane e turbolenta Bologna, che vedrà altri bambini, altri ragazzi, un mondo diverso e - speriamo - migliore del presente.


Immagine nella pagina:
Bologna, Lavandaie lungo il canale di via Riva di Reno in una foto di Pietro Poppi, primi del ‘900. Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna ©



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