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Scende la sera

di Roberta Sibani



Scalone di Palazzo d'AccursioLa sera scende presto su Palazzo d’Accursio e l’ombra vi si appoggia precoce perché l’edificio dà di spalle al sole che tramonta, ma la sera era bella nella maestosa Sala Farnese e lo splendido scalone mi vedeva caracollare come un cavallino pazzo, quando con il babbo andavo a sentire sanguigni dibattiti che mi stupivano, e sovente non capivo, ed erudite conferenze che spesso mi facevano venire sonno (ma io ero contenta lo stesso perché il babbo mi voleva con sé).

La sera scende con bagliori di sbieco sopra l’orlo dei tetti, e illumina la curva che da piazza Celestini in lieve discesa va verso quella che era la mia strada, verso l’odore di casa mia, la casa che mi aspettava per proteggermi come una coperta calda. C’erano in quel punto le botteghe di un orologiaio e un filatelico, e da lì, chissà perché, spiccavo sempre una corsa, con l’illusione di andare fortissimo e che il selciato desse ai miei piedi frementi una spinta quasi a volare, di cui conservo ancora la tensione nelle gambe.

La sera scende rosata, per un riflesso di luce delle pietre antiche, sulla piazza Calderini, allora alberata e bellissima, ora immiserita dalle auto. Qui abitava una compagna di scuola, in un antico palazzo nobiliare, con splendidi cortili interni, scaloni intimidenti e la “Sala dei Quaranta”, dove si riunivano i maggiorenti della città medioevale. Noi facevamo i compiti in una sala affrescata che dava gioia a guardarla, accompagnate dagli esercizi al pianoforte del concertista vicino di casa, con l’illusione di essere in un altro mondo, in un altro tempo, mentre i rumori della strada sembravano ricordi remoti.

L’aria stagna puzzolente e greve quando la sera scende su via Marconi, lunga distesa di affollati autobus, e l’occhio può trovare conforto solo nella lontana collinare immagine di Villa Aldini. Non è più una strada, è qualcosa di peggio che non voglio definire. Era quasi più amichevole con le rovine dei bombardamenti, quando ancora si chiamava via Roma, forse perché la percorrevo con la mamma per ritrovare il piacere di ridere con Fagiolino, Sganapino e gli altri burattini che recitavano all’angolo con via Riva Reno, vicino al canale, che nero rifletteva le macerie mischiate alle stelle. E le risate risuonavano alte, dopo l’interminabile notte della guerra. Nella malfamata via del Pratello, strada che bambina affrontavo da sola, con trepidazione, per andare dai nonni, mi pareva che fosse sempre sera, per un che di oscuro - voci sentite, androni bui, figure intraviste - che mi spaventava. In via degli Orbi, dove trovavo la cioccolata calda, il nonno curava i fiori del terrazzo e nello splendore della luce, fra i bianchi vapori di nebbiolina che salivano dai brigoli, pareva di poter toccare S. Luca.


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Bologna, Scalone di Palazzo d'Accursio
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