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Appassionarsi alla memoria

di Lorenzo Nannetti


Un cavallo caduto

La prima memoria che ho del Risorgimento inizia ben prima di affrontarlo a scuola, ed è legata a me piccolino fermo a guardare mio padre Roberto che dipinge soldatini. Tra i fondatori del Museo Nazionale del Soldatino di Bologna e Presidente dello stesso per molti anni, alla sera si sedeva spesso in un piccolo stanzino di casa a dipingere soldatini di piombo che a volte lui stesso fondeva e creava. Una volta dipinti finivano al Museo, allora in piazza Calderini, o, se non c’era spazio (e succedeva spesso!) venivano posti in casa, in una vetrina. Soldatini 1Era fantastico vedere quei piccoli soldati colorati… ed era terribile, perché non potevo toccarli (da piccolo distruggevo involontariamente ogni cosa che toccavo!). La passione di mio padre era la storia italiana, e non a caso Risorgimento e Prima Guerra Mondiale erano tra i temi che trattava più spesso. Era impossibile non esserne contagiato: fin da piccolo mi raccontava storie, battaglie, manovre militari, gesta eroiche e mi mostrava le differenze tra un’uniforme e un’altra. Io assorbivo tutto come una spugna, e volevo saperne sempre di più.

I soldatini nella vetrina erano tanti, ma un gruppetto mi colpiva sempre e lo fissavo a lungo: erano Carabinieri a cavallo in uniforme del 1848, con i cavalli al galoppo e le sciabole sguainate. Mio padre mi aveva raccontato che quei soldatini rappresentavano la Carica dei Carabinieri durante la battaglia di Pastrengo ed erano stati scolpiti e dipinti nelle stesse pose di un quadro di Sebastiano de Albertis. Nella mia mente di bambino - già entusiasmato, nel mio piccolo, dalle gesta
Soldatini 2
di Napoleone (altro tema che mio padre raccontava spesso) - si costruiva l’immagine epica di reggimenti interi di Carabinieri alla carica durante una grande battaglia, inconsapevole di come quel fatto d’armi fosse stato nella realtà solo un piccolo scontro. Mi colpiva però un figurino in particolare: rappresentava un cavallo che cadeva a terra e il carabiniere che veniva scalzato dalla sella. Non mi sembrava molto eroico, ma capivo che, se i soldatini dovevano rappresentare il quadro, bisognava rappresentare tutto ciò che era stato dipinto. Anche un soldato colpito a morte.

Non ero abbastanza grande da capire cosa significasse davvero, ma la mente di un bambino vive di sogni ed avventure - e costantemente sogna di vivere avventure - ed era comunque il primo approccio con quella che mi pareva un’avventura fantastica. Richiedeva però anche risposte alle tante domande curiose che ne scaturivano: perché si era combattuto? Cosa aveva spinto quei Carabinieri alla carica (contro chi lo sapevo: altri soldatini di mio padre rappresentavano Carabinieri e Austriaci in lotta)? Cosa era successo dopo? E pian piano, crescendo, l’immagine del cavaliere che cade aveva preso un’altra forma: prima la coscienza che in guerra ci sono perdite (un concetto tutto sommato ancora freddo, derivante dal giocare con i soldatini), poi quella più profonda del rischio reale per la vita umana in guerra.

Custoza 1848
Il seme però era gettato, l’entusiasmo di mio padre per storia e soldatini mi aveva preso (complice anche mio fratello maggiore, ugualmente appassionato) e per quanto l’epopea napoleonica fosse sempre la mia preferita il Risorgimento mi aveva evidentemente contagiato, in particolare gli aspetti militari. Scoprii anche gli insuccessi italiani e mi rimase impresso in mente un dipinto raffigurato sul libro di storia con - se ben ricordo la didascalia - un cavaliere italiano attaccato da Ulani austriaci a Custoza. Non sapevo bene perché quegli austriaci si chiamassero “Ulani” (me lo spiegò poi mio padre), ma un po’ mi rattristava perché era il quadro di una sconfitta, e i miei beniamini stavano soffrendo.

Brigadiere Cignetti

La verità è che forse il senso di appartenenza a un Paese, l’Italia, nacque in quel periodo: la consapevolezza di far parte di un popolo che aveva vissuto un’epopea incredibile, difficile e con tanti intoppi, ma ce l’aveva fatta. E io, prima bambino e poi ragazzino, a mio modo partecipavo: scoprendo nuove cose, ascoltando mio padre, giocando con gli immancabili soldatini (dove ovviamente gli italiani vincevano sempre!).

Per me l’Unità d’Italia non era solo un argomento di scuola: era diventata qualcosa per la quale, passo dopo passo, scoperta dopo scoperta, avevo “tifato” anch’io, avevo sofferto anch’io (ricordo vagamente la delusione quando ho scoperto a scuola che la Prima Guerra d’Indipendenza l’avevamo persa…) ed era parte del mio percorso di crescita. Io ero lì, in Italia, perché qualcuno prima di me aveva fatto quelle cose. E ne ero fiero.

Era un modo istintivo e sicuramente superficiale di cogliere le complessità del Risorgimento, né mi interessavo alle tante problematiche post-unitarie o alle sottigliezze della politica del tempo: in fondo ero interessato solo ad alcuni aspetti, quelli che più mi colpivano. Del libro di Piero Pieri (Storia Militare del Risorgimento), principale riferimento che avevo in casa, al tempo guardavo al massimo le cartine, così come facevo per i libri sulle campagne di Napoleone. Ma ne ero affascinato, e tutto era nato da mio padre, dalla sua passione e dai suoi racconti, dal suo farmi vedere e vivere, in un certo senso, tutto questo da vicino.


Immagini nella pagina:
- Carica dei Carabinieri durante la Battaglia di Pastrengo (1848), Museo Nazionale del Soldatino “Mario Massaccesi”, Bologna
- Carica dei Carabinieri durante la battaglia di Pastrengo (1848), Carabiniere scalzato dalla sella, Museo Nazionale del Soldatino “Mario Massaccesi”, Bologna
- Sebastiano de Albertis, La Carica di Pastrengo
- Brigadiere Cignetti attaccato da Ulani austriaci durante la Battaglia di Custoza (1848)


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