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Le opere liriche di Rossini raccontate…

II - La gazza ladra

di Daniela Bottoni

Spartito autografoLa gazza ladra, la cui bellissima Sinfonia introduttiva si annovera tra i brani di musica classica più popolari, fu accolta con enorme entusiasmo sin dalla sua prima rappresentazione, avvenuta al Teatro alla Scala il 31 maggio 1817. Stendhal, nella sua Vita di Rossini, riporta L’amabile autore raccontò poi, la sera, al caffè Accademia che, indipendentemente dalla gioia del successo, si sentiva distrutto dalla fatica per le centinaia di inchini che era stato costretto a fare al pubblico, il quale, incessantemente, interrompeva lo spettacolo gridando: «bravo maestro! e viva Rossini».
Se ne dettero ventisette repliche con Rossini al cembalo e cantanti di grosso calibro nei ruoli principali.
Il soggetto del libretto utilizzato, scritto da Giovanni Gherardini, era tratto dal dramma francese La pie voleuse di T. Badouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, basato su un fatto di cronaca.
L’opera rossiniana in due atti La gazza ladra rientra nel genere cosiddetto semiserio, perché mescola elementi comici e drammatici. Certamente, se l’impertinente gazza domestica, che parla (!) aprendo il becco a sproposito e si burla del contadinello Pippo, risulta buffa e divertente, il suo vizio di impossessarsi di oggetti lucenti ha esiti drammatici sulla vita della povera Ninetta, cameriera al servizio della famiglia del ricco fittavolo Fabrizio Vingradito. L’accusa di furto, il carcere e il rischio di condanna alla pena capitale. Già, perché la vicenda si svolge in un villaggio poco distante da Parigi negli anni più neri della Restaurazione seguita alla Rivoluzione francese, quando si poteva applicare la pena capitale anche per un semplice furto, se a commetterlo fosse stato un servo ai danni del padrone.

Il soprano Teresa Giorgi-BellocMa procediamo con ordine. Fabrizio e Lucia Vingradito si apprestano a festeggiare insieme agli abitanti del villaggio il sospirato ritorno dalla guerra del figlio Giannetto. Ninetta, che è innamorata ricambiata del giovane, è al colmo della gioia (“Di piacer mi balza il cor… Più lieto giorno brillar non può”). Dopo aver accolto l’abbraccio e l’appassionata dichiarazione d’amore di Giannetto e aver brindato insieme agli altri, Ninetta resta da sola a badare alla casa. Di lì a poco riceve l’inaspettata visita del padre Fernando Villabella, nell'esercito da molti anni. L'iniziale sorpresa ed eccitazione cedono però presto il posto a pianto e “fiero tormento”. Il padre le confida infatti di essere ricercato e condannato a morte a causa di un alterco avuto con il proprio capitano, che gli aveva negato il permesso di andare a trovare la figlia. Il sopraggiungere del Podestà del villaggio, invaghito di Ninetta, costringe tuttavia i due a interrompere il mesto colloquio.
Ninetta invita il padre a sedersi in disparte ad un tavolo, avvolto nella gabbana che lo camuffa da viandante. L’arrogante Podestà è persuaso che Ninetta si arrenderà alle sue proposte amorose (“Il mio piano è preparato, e fallire non potrà… Rinvigorito, ringiovanito, trionferò”), ma lei lo respinge. Solo l’arrivo di un servo con un dispaccio urgente gli impone di accantonare momentaneamente l’impresa. Ninetta ne approfitta per riprendere in disparte il colloquio col padre e questi le affida una posata, “unico avanzo di quanto possedea”, affinché Ninetta la venda e ne ricavi del denaro che potrà aiutarlo nella fuga.

Adempiuti i propri doveri ufficiali, il Podestà torna ad insidiare Ninetta con insistenza, incurante del suo fermo rifiuto (“Per voi non sento che disprezzo e rabbia e orror”). Fernando, che era rimasto nascosto, a quel punto interviene furioso, richiamando il maturo magistrato al rispetto del pudore e dell’innocenza. Il Podestà finalmente si allontana, profferendo minacce di vendetta (“Trema ingrata! Presto o tardi te la voglio far pagar”). E la gazza? Mentre Ninetta si accomiata dal padre, eccola scendere sulla tavola, rubare un cucchiaio e volare via.
Ninetta vende la posata del padre a Isacco, mercante e usuraio del villaggio e, mentre si appresta a portare il denaro nel luogo convenuto, viene trattenuta dai padroni di casa. Con loro è anche il Podestà. Lucia conta le posate e si accorge che manca un cucchiaio. Già indispettita dalla precedente sparizione di una forchetta, che aveva attribuito alla sbadataggine della propria cameriera Ninetta, reagisce con sommo disappunto. Nonostante Fabrizio e Giannetto cerchino di sminuire l’accaduto, il Podestà insiste per avviare un’inchiesta e individuare il presunto ladro. La situazione peggiora quando a Ninetta cade il denaro ricevuto da Isacco. Pippo ingenuamente, per difenderla, assicura che il denaro è di Ninetta perché lo ha ricevuto in cambio di “certe cianciafruscole” vendute a Isacco. Quest’ultimo, interrogato, conferma di avere acquistato dalla
Ninetta
giovane una posata con le iniziali F.V.

Ninetta proclama la propria innocenza ma, per proteggere il padre, non può dimostrare che quelle iniziali non sono quelle del suo padrone bensì quelle del genitore Fernando Villabella. A quel punto, il Podestà, ansioso di vendicarsi dell'oltraggio ricevuto (“Ora è mia; son contento. Ah sei giunto, felice momento! Lo spavento piegar la farà”), ordina che Ninetta sia condotta in prigione nonostante le suppliche della famiglia di Fabrizio e l’orrore di tutti i presenti. Ninetta è in carcere, dove riceve la visita dell'amato Giannetto, che le assicura il proprio amore e la propria fiducia. Uscito Giannetto, giunge il Podestà, che intende approfittare della situazione per piegare la fanciulla ai propri desideri e, di fronte ad un ennesimo rifiuto, minaccia di non avere alcuna pietà nell'imminente giudizio. Più tardi, in tribunale, i giudici pronunciano la sentenza di morte per Ninetta.

Invano Giannetto cerca di convincerla a discolparsi svelando il suo segreto. E a nulla serve l'accorrere del padre Fernando. La sentenza è già stata emessa e anzi quest'ultimo, riconosciuto come ricercato, viene anch'egli trascinato in prigione. Nella piazza del villaggio si svolge il corteo che conduce Ninetta al patibolo, sulle note di una marcia funebre contrassegnata dal suono lugubre del tamburo. Ma non si era detto che La gazza ladra è un’opera semiseria? Ancora un attimo di pazienza, il lieto fine è alla porte… La gazza ruba una moneta a Pippo sotto i suoi occhi, volando poi sul campanile. Pippo sale allora sul campanile per recuperarla e scopre, nascoste in un buco, le due posate scomparse, comprendendo che “Quella gazza maledetta fu la ladra!”. Pippo e il carceriere Antonio suonano le campane a tutta forza gridando a gran voce di fermare l’esecuzione e adducendo le prove dell’innocenza della giovane. Ninetta è salva e a completare la sua gioia giunge la notizia che il padre ha ricevuto la grazia dal Re ed è libero (“Ah che perfetta è ormai la mia felicità”). Lucia, pentita di avere dubitato di Ninetta, unisce la mano della giovane a quella del proprio figlio Giannetto nel tripudio generale. Non altrettanto fortunata fu la protagonista del dramma originale di T. Badouin d’Aubigny e di L.C. Caignez.
Commenta Stendahl, sempre nella sua biografia rossiniana, pare che questa brutta storia sia autentica: una povera domestica fu impiccata tempo fa a Palaiseau: a ricordo di questo fatto fu istituita una Messa, detta Messa della gazza.

Figure:
Foglio musicale autografo di G. Rossini da La gazza ladra
Il soprano Teresa Giorgi-Belloc, prima interprete del ruolo di Ninetta
Ninetta, da un ventaglio d’avorio del 1840 ca. (Milano, Museo teatrale alla Scala)
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