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Era mio padre

Dilettevole istoria di Giuseppe Rossini, detto Vivazza, e di suo figlio Gioachino

di Andrea Olmo


Per Vivazza iniziò un vero calvario: trascinato in catene di città in città, con lunghi ed estenuanti trasferimenti notturni, alla fine fu rinchiuso nella Rocca Costanza di Pesaro. I mesi successivi li trascorse in una fetida cella, senza mai poter vedere la famiglia, sottoposto a continui interrogatori, mentre tutti gli altri giacobini venivano scarcerati prima di lui. Ad un certo punto, pur di essere liberato, si risolse anche a fornire alla polizia informazioni sugli altri repubblicani, tutte per altro già ben note ai gendarmi, con l’unico risultato di aggiungere alla nomea di rivoluzionario e criminale, anche quella di spia. Nelle lunghe notti trascorse in cella, Giuseppe aveva sempre più la netta sensazione di essere quello che in Romagna viene definito un patàca.

Vivazza fu scarcerato solo nel luglio 1800, dopo il ritorno del Bonaparte in Italia a seguito della vittoria di Marengo.
Negli anni successivi, i Rossini si trasferirono prima a Lugo e poi, nel 1804, a Bologna, nella casa di Strada Maggiore 204. I traslochi erano dovuti, oltre che al crescente successo di Anna come cantante, anche alla necessità di garantire una adeguata educazione al figlio Gioachino. Mentre il padre era in galera, infatti, il giovane Rossini, costretto a seguire la madre nelle sue esibizioni teatrali, si era appassionato alla musica, mostrando un non comune talento come suonatore. Giuseppe si rese quindi conto che Gioachino doveva ricevere la migliore istruzione possibile, anche perché il ragazzino dimostrava un’indole un po’ troppo ribelle: più volte, in seguito a varie marachelle, Vivazza aveva dovuto minacciare di mandarlo a lavorare come garzone, in una tetra bottega di fabbro ferraio!
A Bologna, Giuseppe si dedicò a fare da impresario al figlio e continuò con l’attività di trombettista, ottenendo anche un riconoscimento dalla locale Accademia Filarmonica.
Nel 1811 lo troviamo come seconda tromba, nell’esecuzione dell’oratorio Le Quattro Stagioni di Haydn, diretta proprio da Gioachino.

Nel capoluogo emiliano, Vivazza ebbe anche modo di vedere suo figlio finire nei guai: Gioachino fu, infatti, arrestato, anche se peraltro subito rilasciato, dalla gendarmeria del bonapartista Regno Italico. Già nel mirino della censura, per la presunta indecenza del libretto dell’opera L’Equivoco Stravagante, Gioachino fu accusato di essere autoritario e reazionario, per aver rimproverato con molta veemenza alcuni coristi troppo svogliati! In conversazioni private, Vivazza commentò che il governo rivoluzionario, in fondo, non era poi così diverso da quello dei preti…

Nonostante questo incidente la carriera di Gioachino decollò in maniera straordinaria e, in conseguenza di ciò, Rossini iniziò a viaggiare in lungo e in largo per l’Europa; rimase comunque legatissimo ai genitori, con i quali intrattenne un intenso e continuo scambio epistolare. Gli argomenti delle lettere erano i più disparati: richieste di informazioni sui parenti, rassicurazioni sul proprio stato di salute, notizie che Gioachino dava sul successo o insuccesso delle proprie opere, e che solitamente preannunciava scrivendo sulle buste le parole Furore o Fiasco, quest’ultima accompagnata dal disegno dell’omonimo recipiente. In particolare con il padre, che Gioachino soprannominava Mustafà o Jusfèt (Giuseppetto in dialetto) e che ormai fungeva da amministratore dei beni del figlio a Bologna, il Maestro parlava di questioni finanziarie, ma anche di cibo e cucina, con gustosi commenti su quella che potremmo chiamare la passione enologica di Giuseppe. In una lettera del 1820 Rossini, commentando i moti rivoluzionari che scuotevano l’Italia, raccomandava alla madre di tenere d’occhio Vivazza: Dite a mio Padre che abbi giudizio, affermava il musicista, temendo che il vecchio Repubblican vero potesse mettersi nuovamente nei guai con la polizia…

L’anno successivo fu particolarmente denso di eventi in casa Rossini: Gioachino annunciò, infatti, l’intenzione di sposarsi con il soprano spagnolo Isabella Colbran, nonostante il padre gli avesse vivamente sconsigliato il matrimonio. Rossini rispose a Giuseppe indirettamente, in una lettera indirizzata alla madre: …direte pure al Papà, che mi propongo (come egli dice) essere uccello di campagna, e non di Gabbia; fa d’uopo però le facciate osservare che come uccello di Gabbia guadagnerei dei denari, e come uccello di campagna ne spenderò! Gioachino faceva riferimento, ovviamente, all’ingente patrimonio dei Colbran, di cui Isabella era unica erede e di cui faceva parte una tenuta di Castenaso, dalla quale proveniva un vinello a quanto pare molto apprezzato da Vivazza. Dite al Papà che se quest’anno à (sic) sofferto in pagare il vino di Castenaso, avrà gli anni venturi il piacere di Venderlo…. e beverne a suo piacere, concludeva Rossini nella medesima lettera.
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Maggio 2018 (Numero 28)

  • Editoriale 
    di Gabriella Lupi
  • Gioachino letterato
    di Piero Mioli
  • Rossini a Bologna
    di Maria Chiara Mazzi
  • Furore o Fiasco
    di a cura di Loretta Pavan
  • Era mio padre 
    di Andrea Olmo
  • La cucina al tempo di Rossini
    di Samuele Graziani
  • ...festa si far√†!
    di Daniela Bottoni
  • Brindisi a Rossini
    di Giovanni Raiberti
  • Itinerario bolognese
    di Cristina Giardini
  • Italiane in Algeri...
    di Marinette Pendola
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