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La nascita dello statuto albertino

di Loretta Pavan

Uno degli eventi più significativi e caratterizzanti il 1848, nella penisola italiana, fu senza dubbio la promulgazione dello Statuto Albertino da parte del re di Sardegna: era il 4 marzo 1848.

La monarchia sabauda, fino ad allora una monarchia assoluta, si trasformava quindi in una monarchia costituzionale.

La Monarchia assoluta, come avveniva in altre parte d’Europa, prevedeva l’accentramento di tutto il potere nelle mani di una sola persona, cioè il re. Invece con la Monarchia costituzionale il potere veniva diviso fra più organi e prevedeva anche, in alcune forme, la partecipazione di parte del popolo. Il sovrano assoluto era absolutus cioè sciolto dal dovere di rispondere di ogni suo atto e di ogni suo volere di fronte a qualunque norma e a qualsiasi principio. Si riteneva che il re fosse tale per volere divino: esercitare il potere era espressione della volontà di Dio.

Carlo Alberto non era un re dispotico o retrogrado; aveva una concezione della funzione del re molto alta, era un sovrano moderno, piuttosto aperto alle innovazioni e cercava di rispondere alle esigenze dei suoi sudditi operando per il loro bene. Certamente, in un regime assoluto, era il re a stabilire quale fosse il bene del popolo!


Per quanto riguarda l’emanazione dello Statuto Albertino, bisogna dire che il re ha raccolto e mediato le principali correnti sociali e politiche di quel memento; è di queste che voglio parlare.

I movimenti più rilevanti erano: i moderati, i liberali, i conservatori.

Il movimento dei moderati risultava gradito a Carlo Alberto per il programma: le riforme proposte non prevedevano moti, insurrezioni, rivolte che inevitabilmente portavano a conseguenze violente e luttuose. Inoltre i moderati non chiedevano la repubblica e non ambivano neppure a una unità dell’Italia così urgente. Indicavano delle forme di progresso moderne e graduali per risolvere i numerosi problemi della penisola. Proponevano infatti: una confederazione di Stati con l’abolizione delle barriere doganali; l’unificazione delle misure di peso e delle varie unità di misura, l’uso di un’unica moneta; disposizioni per diffondere l’istruzione e contrastare l’analfabetismo, un controllo più moderato sulla stampa.

In contrapposizione a questo, esisteva un altro movimento: i liberali. Questi ultimi lottavano contro le riforme attuate con la Restaurazione, dopo il Congresso di Vienna del 1815, che fecero tornare in vigore i regimi assoluti. I liberali erano fieri avversari di queste forme di governo. Essi chiedevano la Costituzione che garantisse libertà e diritti fondamentali e che consentisse, inoltre, la partecipazione al governo da parte dei cittadini. Queste richieste si intrecciavano, si fondevano con l’idea di unità e di indipendenza del Paese. Il Congresso di Vienna aveva ulteriormente sancito la divisione dell’Italia in tanti Stati con il dominio diretto o indiretto da parte dell’Austria.

Nascono così le società segrete, una tra tutte la Carboneria; si diffondono insurrezioni come i moti del ’20 e del ’30; ci fu la propaganda di Mazzini che era uno strenuo assertore della repubblica e dell’indipendenza italiana. Gli italiani in questo periodo sono maggiormente coinvolti rispetto al passato, maturano una coscienza civile e politica. Le questioni di governo, di diritti, di indipendenza e di unità non riguardano solo l’aristocrazia, ma anche la borghesia. Sono maggiormente sensibilizzati gli industriali, i commercianti, i professionisti come avvocati o medici, gli intellettuali, dagli scrittori ai professori, agli studenti universitari.

Bisogna dire che oltre ai movimenti dei moderati e dei liberali, c’era anche il movimento dei conservatori di cui, ovviamente, facevano parte i nobili che difendevano strenuamente la monarchia che assicurava loro i privilegi di cui godevano e li difendeva dalla gran massa del popolo, distanziandoli da questa. La plebe analfabeta, sia cittadina sia rurale, era invece priva di una coscienza politica, preoccupata come era a cercare il pane quotidiano o un po’ di lavoro.

In questo contesto di moderati, liberali, conservatori e plebe, nasce lo Statuto Albertino.

Carlo Alberto avviò varie iniziative: sviluppò le ferrovie, promosse opere pubbliche, cercò di favorire le attività economiche della borghesia, riformò il codice civile e penale, diede un certo slancio all’istruzione pubblica con gli asili d’infanzia e formando scuole per la formazione dei maestri.

Carlo Alberto affermando che bisognava migliorare ogni cosa per conservare ogni cosa, appoggiò le proposte dei moderati e ciò andò bene anche a qualche liberale che così vedeva imporsi un sovrano italiano piuttosto che austriaco.

Il contributo di Carlo Alberto si limitava a creare uno Stato italiano indipendente. Egli era piuttosto cauto nel concedere riforme.

Con lo Statuto Albertino cambiano alcuni rapporti tra re e popolo.

Lo Stato da assoluto diventa liberale e dai sudditi vengono concesse alcune libertà e alcuni diritti; il potere non è più solo del re, ma ci sono anche altri organi di Stato; lo stesso re dovrà osservare le leggi; alcuni sudditi, maschi e di ceto elevato, possono eleggere i loro rappresentanti o essere eletti.

Nello Statuto Albertino il re è indicato come sovrano che è tale per grazia di Dio; l’Italia è un regno; il popolo è composto da sudditi.

Lo Statuto diventerà la Carta fondamentale del Regno d'Italia; ma dalla sua emanazione ci vorranno ancora cento anni prima di arrivare alla Costituzione italiana del 1948.

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