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La Certosa di Bologna

di Roberto Martorelli

Al giorno d’oggi può stupire che un turista visitando la città di Bologna inserisca fra le mete il camposanto, e ancor più che un personaggio come Charles Dickens, nelle pagine delle Pictures from Italy, vi dedicasse buona parte della sua descrizione. Ma il celebre scrittore inglese non è l’unico a parlarne: basti ricordare, nella prima metà dell’Ottocento, Stendhal (1818), Louis Simond (1818), Lord Byron (1819), Jules Janin (1838). Una visita al cimitero era abbastanza comune in pieno clima romantico, proprio come scrive François-René Chateaubriand nel suo Memorie d’Oltretomba (1848), ricordando che a Bologna: Ho visitato un bel cimitero: non dimentico mai i morti; sono la nostra famiglia.
Nello stesso periodo in cui Dickens visita il cimitero, anche il celebre storico tedesco Theodor Mommsen ne dà una breve descrizione nel suo Italienische Reise: Poi al Cimitero, dove conduce un braccio del portico; un lusso enorme, una mezza città, sala accanto a sala, pieno in parte di (cattivi) monumenti dei secoli passati, in parte di nuovi, presso i quali ora sono proibiti quelli dipinti, solo il marmo è consentito! I poveri giacciono nel mezzo sotto l’erba: lì si dorme più leggeri e non costa niente.
Fondato nel 1801 sulle strutture del soppresso monastero certosino, il cimitero viene aperto durante l’età napoleonica, con il preciso intento di diventare il luogo della memoria collettiva, in onore degli Scevola, i Curzj, gli Attilj, i Deci Cisalpini.

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Maggio 2016 (Numero 26)

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